Archivi tag: Masterpiece

Jeep’s Blues

Quote from “American Hustle” the movie :

[Irving and Sydney are sat in a room listening to one of Ellington’s records]
Irving Rosenfeld: Who starts a song like that?!
Sydney Prosser: It’s magic.
Irving Rosenfeld: It’s magic.

Chi inizierebbe con una canzone cosi?
Capolavoro
Jeep’S Blues by Duke Ellington live at Newport 1956

Annunci

Vespa…

Bevagna, Umbria, Italia, Vespa By Nicola Nigri @2014
Bevagna, Umbria, Italia, Vespa By Nicola Nigri @2014

Il 23 aprile 1946 viene presentata la motoleggera utilitaria Vespa al Circolo del Golf di Roma, quindi a Milano, al salone del ciclo e del motociclo. È il primo scooter della Piaggio, realizzato su progetto dell’ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio (1891-1981). Chiamato «Vespa» dallo stesso Piaggio per la carrozzeria e per il rumore del motore.

Tratto dalla rivista Motoleggera

Il potere è…

Il potere è come il mercato immobiliare, quello che conta davvero è la posizione. Più vicino al centro sei più alto sarà il valore della proprietà.

 Francis Underwood (House of Cards)

Nighthawks by Edward Hopper – I…”Nottambuli” di Edward Hopper

Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942

In Nighthawks, three people are sitting in what must be an all-night diner. The diner is situated on a corner and is harshly lit. Though engaged in a task, an employee, dressed in white, looks up toward one of the customers. The customer, who is sitting next to a distracted woman, looks at the employee. Another customer, whose back is to us, looks in the general direction of the man and the woman. It is a scene one might have encountered forty or fifty years ago, walking late at night through New York City’s Greenwich Village or, perhaps, through the heart of any city in the northeastern United States. There is nothing menacing about it, nothing that suggests danger is waiting around the corner. The diner’s coolly lit interior sheds overlapping densities of light on the adjacent sidewalk, giving it an aesthetic character. It is as if the light were a cleansing agent, for nowhere are there signs of urban filth. The city, as in most Hoppers, asserts itself formally rather than realistically. The dominant feature of the scene is the long window through which we see the diner. It covers two-thirds of the canvas, forming the geometrical shape of an isosceles trapezoid, which establishes the directional pull of the painting, toward a vanishing point that cannot be witnessed, but must be imagined. Our eye travels along the face of the glass, moving from right to left, urged on by the converging sides of the trapezoid, the green tile, the counter, the row of round stools that mimic our footsteps, and the yellow-white neon glare along the top. We are not drawn into the diner but are led alongside it. Like so many scenes we register in passing, its sudden, immediate clarity absorbs us, momentarily isolating us from everything else, and then releases us to continue on our way. In Nighthawks, however, we are not easily released. The long sides of the trapezoid slant toward each other but never join, leaving the viewer midway in their trajectory. The vanishing point, like the end of the viewer’s journey or walk, is in an unreal and unrealizable place, somewhere off the canvas, out of the picture. The diner is an island of light distracting whoever might be walking by—in this case, ourselves—from journey’s end. This distraction might be construed as salvation. For a vanishing point is not just where converging lines meet, it is also where we cease to be, the end of each of our individual journeys. Looking at Nighthawks, we are suspended between contradictory imperatives—one, governed by the trapezoid, that urges us forward, and the other, governed by the image of a light place in a dark city, that urges us to stay.
Here, as in other Hopper paintings where streets and roads play an important part, no cars are shown. No one is there to share what we see, and no one has come before us. What we experience will be entirely ours.

______________________________________________________________________________

Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942

In Nighthawks tre persone sono sedute in quella che dovrebbe essere una tavola calda aperta tutta la notte, situata all’angolo della strada e fortemente illuminata. All’interno, sebbene impegnato, il dipendente, vestito di bianco, guarda in alto verso uno dei clienti . Il cliente che è seduto accanto ad una donna distratta, guarda il dipendente . Un altro cliente, seduto di spalle, rivolge lo sguardo in direzione dell’uomo e della donna. Quella rappresentata da Hopper, è una scena in cui ci si sarebbe imbatutti quaranta o cinquanta anni fa, camminando a tarda notte per New York City o, forse, anche nel cuore di tutte le città del nordest degli Stati Uniti .

Non c’è nulla di minaccioso, niente che suggerisca che il pericolo è in attesa dietro l’angolo . La luce fredda degli interni della tavola calda, si diffonde sul marciapiede adiacente . E ‘ come se la luce avesse “pulito” la zona , in quanto non ci sono segni di sporcizia . La città, come nella maggior parte delle opere di Hopper, si afferma formalmente piuttosto che realisticamente. La caratteristica dominante della scena è la lunga finestra attraverso cui vediamo la scena. Copre i due terzi della tela, la forma geometrica di un trapezio isoscele guida l’occhio dell’osservatore verso un punto di fuga che non può essere visto, ma deve essere immaginato. Il nostro sguardo viaggia lungo la la vetrina, da destra a sinistra, spinto dai lati convergenti del trapezio, dalle mattonelle verdi, dal bancone, dalla fila di sgabelli tondi, che imitano i nostri passi, e dalla luce abbagliante del neon lungo la parte superiore . E’ come essere lì fuori dalla tavola calda isolati da tutto il resto per un momento, per poi liberarsi e proseguire nel cammino . In Nighthawks , però, non si viene tanto facilmente liberati . Infatti i lati lunghi del trapezio si avvicinano ma non si uniscono mai . Il punto di fuga, come la fine del viaggio o della camminata dello spettatore, è in un luogo irreale e irrealizzabile , da qualche parte oltre la tela , fuori dal quadro. La tavola calda rappresenta un’isola che con la sua luce distrae chiunque cammini, in questo caso noi stessi, dalla fine del viaggio. Questa “distrazione” potrebbe essere interpretata come salvezza .

Un punto di fuga non è solo dove linee che convergono si incontrano ma è anche dove si cessa di essere , alla fine di ciascuno dei nostri percorsi individuali. Guardando Nighthawks, siamo sospesi tra imperativi contraddittori :uno, governato dal trapezio, che ci spinge avanti , l’altro,  governato dall’immagine di un luogo di luce in una città buia, che ci spinge a restare .

Da notare come in altri dipinti di Hopper, dove le strade e le vie giocano un ruolo importante , non ci sia la presenza di auto . Nessuno è lì per condividere ciò che vediamo , e nessuno è venuto prima di noi . Quello che noi sperimentiamo sarà interamente nostro.

Devo dire che mi trovo completamente d’accordo con la visione che vi ho presentato.

Quali sensazioni ha suscitato in voi questa Opera?

STAY TUNED!!!

Estratto di: Strand, Mark. “Hopper.” Knopf Doubleday Publishing Group, 2011-11-15.

Enhanced by Zemanta

Quadri di ieri e tecnologia di oggi!

Il termine ucronìa deriva dal greco e significa letteralmente “nessun tempo” (da οὐ = “non” e χρόνος = “tempo”), per analogia con utopia che significa “nessun luogo”. Indica la narrazione letteraria, grafica o cinematografica di quel che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico fosse andato diversamente. È ucronìa chiedersi, ad esempio, come sarebbero alcuni tra i più celebri dipinti della storia, se l’era post-pc fosse iniziata qualche centinaio d’anni fa.

image
La ragazza con l’orecchino di perla (o Ragazza col turbante), dipinto da Jan Vermeer nel 1665, diventa “La ragazza con l’orecchino di perla e un iPhone” (4S, probabilmente). Lo sguardo vanitoso e ammiccante della fanciulla che ha finalmente avuto in regalo lo smartphone che tanto desiderava.
image

Originale reinterpretazione di Sopra la città (Chagall, 1914-18). La donna pubblica su Facebook la notizia del suo rapimento in tempo reale.
image

Nel 1818, ovvero l’anno in cui Caspar David Friedrich dipinse il “Viandante sul mare di nebbia”, non esistevano i navigatori satellitari e quindi era facile perdersi. E quando si capitava per puro caso di fronte a simili splendide venute, non si poteva neanche fotografarle per caricarle su Instagram condendole con gli hashtag più in voga. Che tempi.

image

“Il balcone” (a sinistra)di Manet e “L’assenzio” di Degas diventano due pubblicità progresso contro l’alienazione da smartphone, detta anche smartphonite. Detta anche sindrome da batteria scarica.
image
The Ancient of Days (1794), opera di William Blake. Blake aveva un approccio molto personale e controverso con la religione, il che lo portò ad immaginare che il Creatore si fosse servito di un dispositivo iOS durante la Genesi, in altre parole il primo giorno creò l’iPad, poi, grazie al multitouch, tutto il resto…

“La morte di Marat”(a destra), di Jacques-Louis David, un anno prima (1793), diventa: “Non usare l’iPad nella vasca da bagno”. Soprattutto se non hai sottoscritto l’Apple Care.

image

Fonte: Designboom. A questo link trovate altre fotografie!!!
STAY TUNED!!!

Oren Lavie – The man who isn’t there

Look at the sky
It belonged to a guy
That I know
And I thought I forgot
Long ago

Look at the trees
Didn’t stop at the top
Not for him
Used to borrow the wind
For a walk

Look in his eyes for a dying flare
Look for the wind in his yellow hair
And pretend
You see the man
Who isn’t there

Look at the sea
used to save all his waves
for hellos
used to climb up
his highs, down his lows

Look at the birds
used to flock as he walked
through the street
used to fly down
and march at his feet

Look in his eyes for a dying flare
Look for the wind in his yellow hair
And pretend
You see the man
Who isn’t there